La mostra racconta la lontananza come appropriazione interiore di un tempo e di un luogo. Una casa che viene dal passato e che cerca uno spazio aperto nel quale restare lontano. Vedute di interni sono il soggetto principale delle fotografie di grande formato che si inseriscono all’interno di un’installazione ambientale.
La luce, in questa installazione di Irene Fenara, è lingua del visibile e allo stesso tempo spazio che dissipa i confini, e irrora la materia, e l’aria stessa, del suo principio. Che è quello di dare all’apparire un respiro, alle figure una presenza viva, cioè pulsante della propria relazione con quel che è oltre il visibile. Nel leonardesco Trattato della pittura l’azzurro è il colore della lontananza: qui l’artista, quasi fa dell’azzurro, sempre in dialogo con la luce, il tempo-spazio che accoglie, bagna, attraversa, ravviva le immagini. Ed è la fotografia che affida qui all’immagine un compito estremo: portare il visibile verso lo sfondamento del limite, dell’impedimento, dell’occluso, e insieme suggerire che questo rendere trasparenti le soglie è un ritrovare, almeno nella durata del suo mostrarsi, quel che è perduto, o nascosto, o chiuso nell’irreversibilità del tempo, coperto dalla sua polvere. Lo spazio della lontananza, così ricomposto, richiama alla visibilità interiore - attraverso gli elementi propri di un recinto domestico e dei suoi infissi - un vissuto che era consegnato alla fredda inerzia del già stato. L’artista accoglie così quel poetico, cioè quel colloquio intimo con la presenza delle cose, che la fotografia delle origini aveva cercato di preservare, tenendo aperto il dialogo con la pittura. Il ritmo della luce e dell’ombra che anima le finestre e le porte è anche incontro del qui e dell’altrove, del chiuso e dell’aperto, della prossimità e della lontananza. Raffigurare è per Irene Fenara ospitare questo ritmo e avviare, sull’onda di questo ritmo, l’esplorazione della propria interiorità. L’arte è la porta che introduce in questo altro mondo.
Antonio Prete