Strade, strisce pedonali e ambienti urbani sono il soggetto principale di questa serie di immagini create a partire da un pacchetto di fotografie trovate. L’idea di strada secondaria è essenziale anche e soprattutto per quel che riguarda la sua realizzazione tecnica, basata sull’uso dello scanner come via alternativa che si allontana dai percorsi canonici di fare fotografia. Le fotografie vengono alterate da un gesto manuale, per mezzo di un movimento sul dispositivo di acquisizione immagini, portando le limitate caratteristiche tecniche dello strumento fino alle sue estreme conseguenze. Lo spostamento delle fotografie sullo strumento è un errore consapevole nella scansione che cambia il punto di vista e capovolge lo sguardo, provocando una visione obliqua della realtà.
Le coordinate spaziali vanno a confondersi e a stravolgersi riflettendo un movimento mentale che immagina paesaggi e architetture che si piegano su se stessi, prendendo le forme di onde sinuose e flessibili. Il taglio dell’immagine favorisce una visione immersiva nelle fenditure della decostruzione dell’immagine, ricomposta preferendo la successione temporale a quella spaziale. Si possono rintracciare, analizzando le immagini, le varie posizioni che le fotografie come oggetto hanno assunto nel tempo, la traccia che hanno lasciato su un piano bidimensionale dal loro muoversi nello spazio.
Scrivere con la luce implica una relazione stringente, per non dire inseparabile, tra lo spazio e il tempo e la fotografia ha colto nell’istantanea l’equilibrio ideale tra queste due dimensioni, divenendo di fatto un codice di comportamento accettato da chiunque si cimenti in questa pratica. Difficile metterlo in discussione o alterarne la relazione tra le parti, pena la rinuncia al principio dello scatto. Irene Fenara lo ha fatto. Ha acquistato un pacchetto di polaroid trovate al mercato dell’usato. Una serie di scatti datati, consegnati alla storia della fotografia anonima che l’artista ha fatto propria tramite un’accorta manipolazione. Il suo intervento non richiede un’immersione spaziotemporale perché agisce sull’oggetto fotografico e di conseguenza sulla sua immagine. L’uso improprio dello scanner, con la polaroid in movimento sul vetro protettivo mentre il sensore ottico è in funzione, consente sì l’acquisizione dell’immagine, ma con gravi conseguenze sulla sua integrità visiva. L’oggetto sottoposto a questo tipo di scansione vede schiudersi al suo interno una finestra temporale, una durata eversiva che si fa spazio e destruttura il corpo acquisito. Una violazione in parte temperata dalla conversione dall’analogico al digitale che con la sua capacità di elaborare la realtà secondo un sistema numerico genera nuove sintesi in cui spazio, tempo, movimento sono intesi su un altro piano di lettura, un quinto orizzonte, una dimensione altra in cui le storie si sovrappongono e scorrono all’unisono.
Daniele Astrologo